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Set 2017
I Faraglioni, luogo letterario di furia e amore
Non sono proprio a Catania città, ma appena poco distanti, ad Acitrezza, il piccolo borgo marinaro di letteraria memoria, visto che Giovanni Verga ambientò qui il suo romanzo più noto: “I Malavoglia”. E chiunque ami il mare non può perdere la visione dei faraglioni (il cui nome deriva probabilmente dalla parola greca “pharos” che significa “faro”).
Dicevamo che il luogo dove si possono ammirare è di letteraria memoria… E in realtà l’intera loro storia, la storia della nascita dei faraglioni, infatti, è narrata nell’Odissea di Omero. Le Isole dei ciclopi, i sette scogli che si ergono dal mare (l’Isola Lachea, il faraglione grande, il faraglione piccolo e gli altri quattro più piccoli scogli disposti ad arco), sarebbero infatti attribuiti alla furia del gigante Polifemo scatenata dallo stratagemma con cui Ulisse riuscì a fuggire (insieme a parte della sua ciurma) dalla grotta del ciclope dove erano stati imprigionati.
Nel tentativo di tornare a Itaca, dalla sua Penelope, dopo la guerra di Troia, Ulisse sbarco nella Erra dei Ciclopi dove lui e i suoi compagni furono catturati dal terribile gigante con un occhio solo al centro della testa. Lì Ulisse e i suoi vennero imprigionati, quando Polifemo chiuse l’ingresso della propria caverna con un gigantesco masso. Polifemo uccide molti dei compagni di Ulisse e li divora. E così Ulisse escogita un piano di fuga: stordisce il gigante con un vino dolcissimo e molto forte e nel sonno acceca Polifemo con un ulivo arroventato. Polifemo urla per il dolore e le sue grida fanno accorrere gli altri ciclopi che, però, credono che Polifemo stia delirando in preda all’ubriachezza visto che Ulisse lo aveva ingannato dicendo di chiamarsi “Nessuno” e che alle domande dei suoi fratelli Polifemo rispondeva che “Nessuno stava cercando di ucciderlo”. Accecato e in preda al dolore, Polifemo sposta il masso che chiudeva l’ingresso della caverna per fare uscire il suo gregge di pecore, tastandone il dorso per assicurarsi che i marinai e Ulisse non lasciassero la caverna. In realtà, però, i greci si erano aggrappati al ventre delle pecore riuscendo così a beffare nuovamente il gigante. Accortosi della fuga dei greci, Polifemo cominciò a scagliare rocce verso il mare nel tentativo di affondare la nave di Ulisse che qui commise un errore rivelando il suo vero nome e permettendo così a Polifemo di maledirlo invocando suo padre Poseidone, re del mare, e pregandolo di non farlo mai più tornare in patria.
La leggenda si lega alla storia e piega la ragione scientifica per cui la Sicilia era considerata la Terra dei Ciclopi. In tempi preistorici, in Sicilia, infatti, albergava una specie di elefanti nani. I ritrovamenti dei loro teschi – che mostrano un’unica grande orbita al centro – fece supporre che quella terra fosse stata popolata da giganti con un occhio solo. In realtà, però, quell’orbita non era affatto l’alloggio di un unico grande occhio, ma la cavità nasale dell’elefante nano.
 
 C’è un altro mito che narra la nascita dei faraglioni. Una storia di amore e sangue, narrata ne Le Metamorfosi di Ovidio, che vuole che il faraglione più grande sia la punta del vulcano Etna, scagliata da Polifemo contro il pastorello Aci, colpevole di amare la bella Galatea, ninfa del mare, di cui anche il ciclope era innamorato. Aci era figlio del dio Pan, protettore dei monti e dei boschi. Il gigantesco masso schiacciò il pastorello, e Galatea si gettò addosso a lui piangendo tutte le sue lacrime. Per questo gli dei pietosi, commossi dal pianto di Galatea, decisero di trasformare Aci in un fiume (che scende dall’Etna e sfocia in mare proprio ad Acitrezza) e la bella ninfa in spuma del mare in modo che i due amanti potessero stare insieme per sempre. Il fiume, lungo il cui corso (in parte sotterraneo) sorgono tanti paesi etnei che ne ricordano il nome (Acicastello, Aci Catena, Aci Bonaccorsi, Acireale) riaffiora nei pressi di Santa Maria la Scala in una sorgente nota come “U sangu di Jaci” (il sangue di Aci) rossa per l’alta concentrazione ferrosa delle sue acque.
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