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Lug 2026
Oltre il reato, le persone: intervista alla direttrice del carcere di Piazza Lanza di Catania

Nunziella Di Fazio racconta la detenzione femminile, le sfide del reinserimento sociale e il senso della rieducazione in una società che deve imparare ad accogliere chi ha scontato la propria pena.

di Maria Cristina Gagliano, Laura Gullotta e Maria Leonardi

Entrare in un carcere significa attraversare un confine che la maggior parte delle persone osserva soltanto da lontano, percependolo come un luogo distante dalla vita quotidiana. Eppure, dietro le mura degli istituti penitenziari si intrecciano storie, fragilità e percorsi di cambiamento che riguardano l’intera società.

È stato il desiderio di comprendere queste storie a spingere noi, allieve della Scuola Tiresia | Scrittura e Storytelling, a incontrare Nunziella Di Fazio, direttrice della Casa Circondariale di Piazza Lanza di Catania. Volevamo comprendere più da vicino cosa significhi vivere la detenzione, in particolar modo dal punto di vista delle donne, quali fragilità emergano durante la permanenza in carcere e quali possibilità di reinserimento esistano una volta terminata la pena.

Ne è nato un incontro che, fin dalla prima risposta della direttrice, ha cambiato la nostra prospettiva nel guardare il carcere.

Direttrice Di Fazio, che tipo di donne incontra oggi in carcere?

«Quando si parla di carcere, la prima cosa a cui la gente pensa non è la persona, ma il reato che ha commesso, la mente corre subito agli spacciatori, agli omicidi, alla criminalità organizzata e al bisogno di difesa. A volte qualcuno mi chiede se svolgere il mio lavoro significa incontrare criminali. Certo ogni giorno mi confronto con tante storie ma nel mio quotidiano non incontro il reato, ma le persone.

Quando viene commesso un delitto la richiesta di giustizia della collettività, anche con una certa aggressività, naturale e legittima, spesso si traduce in una rappresentazione semplificata: separare il colpevole dall’innocente, portare la persona in carcere e “buttare la chiave”.  Non bisogna dimenticare tuttavia che in carcere si giunge perché si è stati puniti non perché si deve essere puniti. Il mio lavoro insieme agli operatori tutti pertanto è di incontrare l’essere umano, e insieme avviare un percorso.

Le donne detenute hanno alle spalle storie a volte complesse, frutto della interazione di molteplici fattori, individuali, familiari e collettivi, non è possibile racchiuderle in un unico profilo».

Le donne vivono l’esperienza della detenzione in modo diverso rispetto agli uomini?

«Sì, in base alla mia esperienza posso affermare che le donne vivono la detenzione con maggiore sofferenza rispetto agli uomini, perché varcare la soglia del carcere significa separarsi dal nucleo familiare e spesso le donne sono il punto di riferimento per i figli, i genitori o altri familiari. Quando questi legami si interrompono, le donne vivono la detenzione con un forte senso di colpa, maggiore rispetto agli uomini. Penso in particolare alle madri di bambini piccoli o alle figlie che improvvisamente non possono più assistere i genitori o i parenti di cui si prendevano cura. Le donne per tale ragione acquistano in carcere una fragilità che prima non avevano.

Possiamo dire che esistono due categorie di soggetti vulnerabili in carcere, quelli che lo erano già prima della detenzione – ad esempio chi viene dai margini della società, alcol e tossicodipendenti, soggetti privi di un patto di inclusione sociale – e quelli che la fragilità la acquisiscono con il carcere. Tra questi ultimi ci sono le donne, proprio a causa della separazione dagli affetti e al fatto che non possono fare fronte alle proprie responsabilità quotidiane».

Come affrontano, dal punto di vista emotivo, il periodo trascorso in carcere?

«Non è facile. Il tempo di una persona è fatto di piccoli gesti quotidiani: accompagnare i figli a scuola, incontrare un amico, fare una passeggiata, fermarsi a guardare un tramonto. Quando tutto questo viene improvvisamente meno, il carcere diventa una condizione estrema che può suscitare emozioni molto intense. Naturalmente ogni esperienza è diversa e molto dipende dalla storia personale di ciascuna detenuta. Le donne, però, tendono a vivere con maggiore intensità le emozioni e sono quelle che cercano maggiormente la relazione con gli altri. Non a caso partecipano con grande interesse alle attività formative e scolastiche. La scuola, in particolare, è una delle opportunità più richieste perché restituisce continuità alle giornate, offre un impegno quotidiano e crea occasioni di confronto».

Com’è organizzata la giornata delle detenute?

«Le donne che svolgono una qualche attività lavorativa – come addette alle attività domestiche, al bar, ecc. – iniziano la giornata molto presto, già dalle sei del mattino. Le altre normalmente si svegliano alle sette, per iniziare le loro vita quotidiana (pulizia della camera, igiene personale, partecipazione alle attività) e poi dedicarsi alle iniziative a cui hanno aderito o alla scuola o formazione.

Grazie a una circolare ministeriale introdotta nel 2022, le camere nel reparto femminile restano aperte per buona parte del giorno, dalle nove del mattino alle sette di sera. Questo regime è definito “a trattamento intensificato”. È un modello che punta a favorire una maggiore autonomia e una progressiva responsabilizzazione delle detenute, in linea con i principi del trattamento penitenziario».

In questo contesto le detenute riescono a esprimere la propria personalità e le proprie capacità?

«Cerchiamo di offrire a ciascuna persona opportunità coerenti con la sua storia, le sue caratteristiche e le sue potenzialità. La legge ci chiede prima di tutto di conoscere il detenuto, attraverso l’osservazione del loro modo di essere e degli ostacoli che ha incontrato, per costruire un percorso realmente individuale. Il sentimento comune è di separare il bene dal male, quasi fossero due realtà assolute. Lavorando in carcere, ho capito che dietro a quello che definiamo “il male” esistono sempre delle persone, con storie, fragilità e percorsi che non possono essere ridotti soltanto all’errore commesso».

Quanto conta il reinserimento sociale nel percorso di chi ha scontato una pena?

«È fondamentale. Il problema più grande non è soltanto ciò che accade durante la detenzione, ma ciò che succede una volta tornati in libertà. Nell’immaginario collettivo il carcere è un luogo di vendetta e di sofferenza. Questo però non è l’intento del legislatore.

La sanzione detentiva nasce con una connotazione certamente afflittiva, orientata a salvaguardare i consociati dall’azione di coloro che non hanno di fatto osservato la legge, e costituisce lo strumento mediante il quale lo Stato contrappone i propri valori alle manifestazioni criminali e devianti. Tuttavia, accanto a questa principale funzione di difesa sociale affidata all’Autorità Giudiziaria, l’altra funzione della pena è quella rieducativa.

L’uomo della strada pensa che una volta usciti è tutto risolto. In realtà è quello l’attimo più difficile. Gli anni trascorsi in Istituto, segnano profondamente la persona e generano una solitudine che non si esaurisce con la fine della pena. Ritornare sul territorio non significa automaticamente ritrovare relazioni, perché la privazione della libertà spesso compromette i legami con i propri affetti, che non sempre resistono a distanza.

Il carcere inoltre produce spesso la perdita del lavoro, marchia le persone con stigmi difficilmente cancellabili, modifica persino la percezione della propria identità, che è spesso plasmata anche sulla immagine sociale che ciascun soggetto assume.

Il carcere deve offrire la possibilità alle persone di acquisire maggiore consapevolezza di sé e dei propri limiti, nuove competenze e opportunità che non aveva fino a quel momento. Se all’uscita dal carcere chi ha scontato una condanna non trova una casa, un lavoro o un sostegno concreto, tutto il percorso rischia di essere vanificato. Per questo è fondamentale costruire un ponte tra il carcere e il mondo esterno, in particolare con il mondo del lavoro già durante l’esecuzione della pena. Per esempio, se un’impresa riesce a conoscere e assumere una persona quando è ancora detenuta, con il supporto e le garanzie dell’amministrazione penitenziaria, le possibilità di reinserimento aumentano in modo significativo, perché può nascere un rapporto di fiducia che resiste anche dopo il fine pena. Perché questo accada però è necessario costruire una rete di collaborazione con i soggetti del territorio che possono partecipare al percorso insieme alle istituzioni».

Per aiutarci a comprendere davvero la condizione delle detenute di oggi, la direttrice Di Fazio ci ha invitate a fare un passo indietro nella storia. Ripercorrendo le tappe che hanno portato alla nascita del carcere femminile, ci ha mostrato come, per secoli, la detenzione delle donne sia stata strettamente legata al controllo della loro moralità e della loro libertà:

«Il carcere alle sue origini, nella metà del 1800, è stato strutturato in modo diverso a seconda del genere. Le carceri per gli uomini nacquero secondo un modello disciplinare e militare, gestito esclusivamente da uomini. Per le donne, invece, si utilizzarono strutture già esistenti, come rifugi e istituti religiosi, spesso affidati alle suore, dove a partire dal 1600 erano state ricoverate molte donne considerate moralmente deviate o “a rischio” di perdere la loro moralità: orfane, vedove, prostitute oppure donne ritenute troppo indipendenti o esuberanti. Il ricovero in queste strutture era strettamente legato al controllo della sessualità e della moralità femminile. Per molto tempo fino alla nascita della nostra costituzione il trattamento delle donne detenute si proponeva di educarle ad un modello monastico e di moglie fedele e madre affettuosa. Come se commettere un reato significasse tradire il modello ideale di donna “angelo del focolare”».

Quando cambia questo modello?

«Il cambiamento è avvenuto gradualmente. Dal 1975 in poi con l’Ordinamento penitenziario il trattamento degli uomini e delle donne è strutturato secondo principi di parità. Le sezioni femminili sono state affidate, oltre che alle suore, anche alle vigilatrici penitenziarie, che avevano il compito di mostrare alle donne detenute un modello familiare, di donna emancipata, più vicino alle ristrette rispetto a quello monastico. La piena parificazione tra donne e uomini è avvenuta nel 1990 con la nascita del Corpo di Polizia Penitenziaria, che sancisce la piena equiparazione tra uomini e donne. Ho vissuto personalmente questa fase di trasformazione, perché ho organizzato il primo corso di formazione per le vigilatrici penitenziarie in Veneto ed è questo un ricordo a cui sono molto legata, perché per molte di quelle donne l’ingresso nella Polizia Penitenziaria rappresentò una conquista importante, sia sul piano professionale sia su quello personale».

Qual è oggi la sfida più grande nel dirigere una realtà come la Casa Circondariale di Piazza Lanza?

«Piazza Lanza è una casa circondariale “pura”, caratterizzata da un continuo ingresso di persone. Ogni anno registriamo oltre mille nuovi ingressi e questo rende particolarmente complesso costruire percorsi educativi e formativi continuativi. Dal punto di vista strutturale l’istituto costruito a partire dal 1890 e consegnato all’Amministrazione nel 1910, ha subito nel tempo profonde trasformazioni per adeguarlo all’ordinamento penitenziario. Poiché è nato in un’epoca in cui la pena aveva un significato molto diverso da quello che le attribuiamo oggi è stato necessario creare gli spazi adeguati agli obiettivi odierni di risocializzazione».

In definitiva, oggi la funzione della pena è ridare dignità alla persona, garantire pari opportunità e cercare di capire quali ostacoli abbia incontrato nel proprio percorso di vita, per costruire un cammino che la accompagni verso un autentico reinserimento nella società. È fondamentale ricordare che il carcere non è soltanto la struttura detentiva che tutti immaginano ma è anche un luogo di responsabilità, relazione e condivisione.

Con questa intervista abbiamo imparato che il carcere è uno dei luoghi in cui stereotipi e pregiudizi rischiano di essere più forti della realtà.

L’incontro con la direttrice Nunziella Di Fazio ci ha ricordato che dietro ogni detenuto esiste una persona e che il compito del giornalismo non è confermare i giudizi, ma offrire strumenti per comprendere la complessità.

Raccontare il carcere significa guardare oltre il reato, senza negarlo, ma senza permettere che diventi l’unica chiave attraverso cui leggere una vita.

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